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Made in Italy? Il lato oscuro della moda

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Se pensiamo che siano solo i brand di fast fashion ad avere un problema di etica, trasparenza e sostenibilità, dobbiamo leggere il libro di Giuseppe Iorio.

Il racconto

“Made in Italy? Il lato oscuro della moda” è il titolo edito da Castelvecchi per raccogliere la testimonianza di Giuseppe Iorio, che per oltre vent’anni ha lavorato nelle più grandi aziende che commerciano i grandi marchi dell’alta moda italiana.

Quella riportata nel libro è una testimonianza diretta, quasi fosse il flusso di coscienza di Giuseppe a parlare.

Per molti anni si è trovato a girare per i siti di produzione nei luoghi più sperduti del mondo, dove la produzione viene delocalizzata e gestita da soggetti di dubbia onestà impiegando manodopera a basso costo.

Attraverso le pagine del libro, vi ritroverete in Stati sconosciuti, nemmeno mai visti sulle carte geografiche, al confine tra il mondo e il nulla.

Ad esempio

Sapete dov’è la Transnistria?

Giuseppe ci porta con sé nei suoi viaggi di lavoro, descrive le fabbriche, i luoghi e soprattutto le persone: ci sembra quasi di vederle e di conoscerle un po’.

Ci racconta la storia di Irina, un’operaia specializzata nell’imbottitura dei piumini. La sua mano conosce le schede tecniche dei capi da imbottire alla perfezione, le sue dita riescono a dosare le quantità al grammo, come se fosse una bilancia umana.

Quel piumino che esposto in vetrina porta un cartellino con il marchio di qualche importante stilista italiano, in realtà è costato circa 20 euro al pezzo di manodopera estera.

Quello che emerge è un quadro spaventoso, lo stesso che abbiamo davanti agli occhi quando pensiamo alla produzione a basso costo.

Perché in realtà in molti casi, si tratta appunto degli stessi stabilimenti che producono per più committenti.

Orari di lavoro senza sosta, paghe da fame, fabbricati fatiscenti e padroni.

Anche per l’alta moda italiana è necessaria una Fashion Revolution

Prima e Seconda Linea

Nell’alta moda esistono due tipi di capi, quelli di Prima e Seconda linea.

I capi di Prima Linea sono prodotti in esemplari limitati, richiedono alta specializzazione e qualità. Sono prodotti per lo più su commissione per soddisfare la richiesta di qualche cliente speciale che per la grande occasione non può proprio sfigurare. Quel cliente “merita” di essere coccolato e di avere tra le mani un prodotto all’altezza del marchio e del prezzo alto che è disposto a pagare.

Questi casi tuttavia sono sporadici e non permettono una grande redditività. Servono per lo più a mantenere alto il nome della maison.

Ci sono poi i capi di Seconda Linea che sono destinati al mercato di massa: questi saranno ben esposti in qualche vetrina nei negozi del centro.

Qui i numeri si fanno grossi e per portare a casa una grande fetta di profitto il prezzo esposto sul cartellino è molto alto. Tuttavia i costi si vogliono mantenere estremamente bassi, tanto da ricorrere a fabbriche in paesi sperduti in cui il costo al pezzo si aggira a poche decine di euro.

Giubbotti, pantaloni e giacche che si producono qui hanno maniche impolverate, baveri sgualciti, residui di cotone appiccicati. Devono essere controllati e ricontrollati per decine di volte, i capi vengono continuamente ripresi, smacchiati, riparati e alla fine il prodotto che viene fuori non è proprio di quel tipo di qualità che poi chi compera , il consumatore finale per intenderci, crede di acquistare (p.44)

Una legge per il Made in Italy

I capi comunque sono firmati “Made in Italy” , nonostante tutto quello che che siamo appena venuti a sapere.

Tutto questo è legale.

La legge Reguzzoni -Versace permette di definire “made in Italy” sia un prodotto completamente ottenuto in Italia ( per esempio dal filato al prodotto finito) sia prodotti la cui ultima trasformazione o lavorazione sostanziale sia avvenuta in Italia.

E’ quindi lecito definire made in Italy un prodotto per il quale due o più Paesi hanno contribuito alla sua realizzazione. Ed è proprio questo secondo caso che permette a molti imprenditori di delocalizzare la produzione, importare il semilavorato e terminare le ultime fasi in Italia, applicando poi il marchio made in Italy, secondo la normativa vigente.

Le maglie di questa legge sono tuttavia molto larghe e ciò che più viene a mancare è la trasparenza, impedendo al consumatore di orientarsi in maniera consapevole sul mercato.

Quali sono gli effetti sull’economia italiana?

Da una parte, l’export ne trae grande beneficio: il marchio “made in Italy” è di fatto uno dei più conosciuti nel mondo. Le aziende riescono ad esportare di più all’estero, grazie alla presunta italianità del prodotto.

La piaga però risiede proprio a casa nostra a causa della delocalizzazione.

Know How e Delocalizzazione

Nel suo libro, Giuseppe ci fa incontrare anche Vania e XX, simbolo delle piccole e medie imprese che sono l’ossatura portante della nostra economia.

Vania e Salvatore sono i titolari di due piccole imprese, una specializzata nelle confezioni di alta sartoria, l’altra specializzata nella produzione di imbottiti, ovvero piumini.

I destini di queste due aziende sono legate alle scelte di produzione dei grandi marchi, che rappresentano la loro primaria fonte di clientela.

Da un anno all’altro, una delle due fallisce in mancanza di giro di affari, che nel frattempo è stato spostato all’estero, dove manca la manodopera specializzata per la produzione di alta qualità, ma poco importa se c’è risparmio.

L’azienda chiude, le maestranze altamente specializzate perdono il lavoro e con loro vanno morendo anche delle competenze tecniche che una volta rappresentavano il know how tipico della zona.

<<Proprio le cose più belle sono quelle che non ci sono più>> dice ad un tratto Salvatore. << Te li ricordi i ricami a mano? Quella era arte! Qui nella provincia le nostre donne erano delle vere artiste… La passione che metto nel mio lavoro, e tu lo sai, si può dire che l’ho ereditata da mia madre. Era una ricamatrice. […] Già,penso. Un’altra attività delle attività legate all’industria dell’abbigliamento, una vera e propria arte che dava lustro al territorio e che ora è scomparsa quasi del tutto. (p.112-113)

Questo rappresenta la perdita di un patrimonio di saper fare che definisce invece il vero made in Italy: si tratta di un bagaglio di competenze e manualità artigiane che vengon tramandate da generazioni e che definiscono il dna del prodotto tipico.

La produzione delocalizzata favorisce invece una moda senza personalità, uguale in tutto il mondo, espressione di tendenze globali, facilmente replicabili e che anzi, favorisce il sistema della produzione “doppia” che immette sul mercato delle copie.

Giuseppe Iorio, “Made in Italy? Il lato oscuro della moda”, Castelvecchi, 2018.

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